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SCUOLA O AZIENDA?
Al
di là di ogni considerazione in merito ai contenuti della riforma
Moratti, ciò che è evidente nel progetto del ministro è
la marcata concezione aziendalistica dell’istruzione, nel senso
sia dell’organizzazione interna che in quello delle finalità
( il testo recita “L’irrobustimento di un’istruzione
tecnica e di una istruzione/formazione professionale secondarie e superiori,
modernamente intese, dunque, oltre che costituire una risposta a precise
istanze attitudinali e valoriali dei soggetti, ad una crescente finalizzazione
del lavoro a fini culturali ed educativi e ad una diffusa domanda sociale
delle famiglie che chiedono percorsi formativi differenziati nella durata
e con la possibilità continua di rientri, è anche una condizione
per mantenere il nostro Paese nel novero dei più industrializzati
del mondo.”).
Un discorso a parte si potrebbe poi aprire sulla questione del linguaggio:
con preoccupanti convergenze fra la bozza Bertagna e il testo della Riforma
Berlinguer, quest’ultima, per quest’aspetto, ancor più
marcatamente inserita in una logica produttivista, le proposte del governo
parlano continuamente di risorse umane, crediti e debiti, flessibilità,
portoflio, standard, profitto, imprenditorialità, costruendo un’operazione
lessicale che, anche a livello della “parola”, tende a veicolare
l’idea della subalternità del sistema istruttivo a quello
produttivo.
E’ comunque l’impalcatura tutta della riforma, che non a caso
piace tanto a Confindustria, a mostrare il vero concetto di istruzione
della Moratti .
Tralasciando ogni discorso sull’alternanza scuola-lavoro e sull’incanalamento
precoce nei percorsi di formazione, che evidenziano microscopicamente
il rispondere della scuola alle esigenze del mercato, proprio per il loro
essere palesi, una serie di caratteristiche della “nuova scuola
della destra”, seppur magari di portata minore, dichiarano con grande
evidenza il concetto di gestione aziendalista del ministro: la certificazione
dei risultati raggiunti in termini di debiti e crediti che, insieme alle
“attitudini” di ciascuno, concorrono alla formazione del Portofolio
delle Competenze (che altro non è che una sorta di curriculum vitae
dall’immediata leggibilità da parte delle imprese), la gestione
dell’istituto affidata a un preside-manager a capo di un Consiglio
di Amministrazione, il concetto di flessibilità nell’organizzazione
interna, la concertazione dei profili educativi degli istituti di formazione
anche con soggetti del mondo del lavoro territoriale.
I concetti di democraticità e collegialità digestione, di
crescita del modello produttivo, di acquisizione di capacità generali
vengono così cancellati per la finalizzazione, più pragmatica,
del percorso scolastico alla richieste contingenti del mondo del lavoro.
La questione fondamentale, quindi, è questa: anche accettando il
dogma dell’imperativo della necessità della competitività
del sistema produttivo nazionale, è la scuola che deve rispondere
alle esigenze delle imprese, o la scuola deve invece essere il motore
del progresso e del cambiamento del sistema produttivo?
Per l’asservimento del sistema istruttivo a quello produttivo (
il testo recita “Le tradizionali alternative tra scuola (statale)
e centri della formazione professionale (regionali o non statali), tra
scuola e impresa, tra scuola ed extrascuola perdono, perciò, la
loro drammaticità e si rivelano per quello che sono: schematiche”),
affinché la scuola sforni manovalanza immediatamente inseribile,
a basso costo, nel mercato del lavoro, ha optato la Moratti, spinta da
una Confindustria che, come dimostrano gli attacchi ai diritti dei lavoratori,
punta alla competitività radicata sulla precarietà e sul
taglio dei salari; per una scuola che formi uno studente capace di muoversi
autonomamente all’interno di tutto il mondo del lavoro e della giungla
della flessibilità, portatore di un bagaglio culturale e critico
che lo renda soggetto e non oggetto dl cambiamento, fondando così
la competitività produttiva italiana sulla ricerca e sull’innovazione,
si batte invece il mondo studentesco (e la società democratica
con esso), stanco di essere risorsa umana e non soggettività portatrice
di valori.
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