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Ricordo
senza memoria
di Gabriele Polo
su Il Manifesto del 09/02/2006
La memoria non è semplice ricordo: non può essere elencazione
di fatti, richiede elaborazione. E, soprattutto, non accetta le semplificazioni,
di cui si nutre la propaganda. Se poi si tratta della memoria di un secolo
come il 900 - così aspro e duro - la ricostruzione di una memoria
comune non può isolare le singole tragedie - e ce ne sono tante
- facendo finta che ognuna sia indipendente dall'altra. Così si
celebra, non si fa capire; e alla fine quella celebrazione suona come
estranea a chi non è stato parte in causa. Ieri il Presidente della
Repubblica ha ricordato solennemente le vittime italiane delle foibe e
l'esodo forzato dall'Istria e dalla Dalmazia: alcune migliaia di persone
uccise nell'immediato dopoguerra durante l'occupazione jugoslava di Trieste,
decine di migliaia di donne e uomini che abbandonarono le proprie case
sotto la pressione del revanscismo sloveno e croato. Ciampi nel far ciò
ha condannato il nazionalismo e l'odio etnico. Giusto. Peccato che il
Presidente non abbia speso una parola contro ciò che stava alla
radice di quell'odio: l'espansionismo fascista - con relative stragi -
sul confine orientale. E, prima, la furibonda campagna di italianizzazione
delle popolazioni slave durante il ventennio.
Chiunque sia nato tra Trieste e Gorizia
sa che prima del fascismo quel confine non esisteva, né sulla carta,
né soprattutto nelle menti e nella vita quotidiana di chi lì
viveva. Italiani, sloveni, croati si mescolavano, facevano gli stessi
lavori, abitavano le stesse case, venivano sepolti negli stessi cimiteri.
L'uno a fianco dell'altro. Il confine è venuto dopo e anche se
non c'era sulla carta geografica, cresceva nel razzismo istituzionale
del regime italiano. Poi vennero la guerra e le persecuzioni, i campi
di detenzione per i civili jugoslavi, le stragi, i paesi bruciati. Un
odio militarmente praticato che si rovesciò nella rappresaglia
delle foibe e nell'esodo finale. Tutto questo è stato rimosso dal
Presidente della Repubblica. Che insieme alla storia deve aver anche dimenticato
di rispondere all'invito fattogli più volte di visitare l'isola
di Arbe, sede del principale campo di concentramento italiano per civili
jugoslavi. Ma, forse, ci vorrebbe memoria, non un semplice ricordo.
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