
Lavoro il progetto Alleva: uscire dalla trappola della legge 30
Scriviamo le nuove regole per dire basta alla precarietà
Le proposte al centrosinistra di un gruppo di giuslavoristi guidati da Nanni Alleva. La precarietà è «multiforme» e deve essere aggredita sotto vari aspetti: abolire la distinzione tra subordinati e parasubordinati, creando un unico contratto. Riformare il rapporto a termine, l’interinale, gli appalti, le cessioni d’azienda. Far emergere il «nero». Tante le analogie con le proposte della Cgil
Antonio Sciotto il manifesto
Riscrivere il lavoro per invertire il segno: fermare la precarietà e ricostruire i diritti. E’ l’obiettivo della proposta di legge elaborata da Nanni Alleva e dai giuslavoristi del Centro diritti Alò, che verrà presentata dopodomani a Roma nel corso del convegno «Basta precarietà», a cui sono stati invitati tutti i partiti del centrosinistra e il sindacato. Alleva è anche estensore delle proposte di legge Cgil firmate nel 2002 da cinque milioni di persone, e riconfermate dal recente Congresso di Rimini. Sono molti i legami tra quelle idee del 2002 e quest’ultima elaborazione: oggi Alleva ha voluto però riunire le norme in un’unica, organica proposta, «per affrontare - spiega - con un solo disegno la precarietà “multiforme” del lavoro italiano». Non basta fare i conti con la sola legge 30, ma bisogna affrontare anche il decreto 368 del 2001 sui contratti a termine e il «Pacchetto Treu» del 1997. Cinque i nodi da riformare:
1) il rapporto tra subordinazione e parasubordinazione (le collaborazioni);
2) il contratto a termine;
3) la separazione del lavoro dall’impresa (somministrazione, appalti, esternalizzazioni);
4) il lavoro nero;
5) i diritti di risarcimento del danno.
Una precarietà «multiforme», perché compare sotto diversi tipi contrattuali, e interessa in modi differenti l’intero mondo del lavoro: i giovani del settore pubblico e del privato, bersagliati dai contratti a progetto e cococò; gli addetti del terziario, ricattati dai contratti a termine; quelli dell’industria, ridotti all’«usa&getta» con la somministrazione e le esternalizzazioni; i migranti (e non solo loro) costretti al lavoro nero. Fino agli stessi «garantiti», i dipendenti a tempo indeterminato: mosche bianche tra i nuovi assunti, poco tutelati dal licenziamento nelle piccole imprese, messi fuori «a pacchetti» con le cessioni d’impresa. Subordinati e parasubordinati
Uno dei nodi più «caldi» della precarietà è senza dubbio la distinzione tra subordinati e parasubordinati (i collaboratori coordinati e continuativi e a progetto). Nanni Alleva parla di una «fuga tutta italiana» dal diritto del lavoro: negli ultimi anni, infatti, i collaboratori sono stati sempre più sospinti (contrattualmente) nell’area del lavoro autonomo, in modo da privarli di un’adeguata retribuzione e della tutela dal licenziamento senza giusta causa, mentre dall’altro lato sono stati adibiti a mansioni in tutto simili a quelle dei «subordinati» classici, inquadrati nel lavoro dipendente. Per superare questa anomalia, bisogna andare alla radice di un equivoco culturale, quello che identifica la subordinazione (e i diritti ad essa connessi) con il grado di controllo, o «eterodirezione», cui è sottoposto il lavoratore. Questo equivoco poteva essere comprensibile - spiega il giuslavorista - quando il paradigma del lavoro era essenzialmente quello della catena di montaggio industriale: oggi che il lavoro è cambiato e in molti casi è organizzato in modo «immateriale», è davvero difficile stabilire l’attribuzione delle tutele e garanzie in base alla eterodirezione. La vera dipendenza dal datore di lavoro non sta tanto nella eterodirezione, ma nella «doppia alienità» del lavoratore rispetto all’organizzazione del lavoro e ai suoi risultati: è perciò da inquadrare con tutte le garanzie del lavoro dipendente chiunque presti il proprio lavoro all’organizzazione di un altro, ovvero l’impresa, indipendentemente dal grado di controllo cui è sottoposto. Se i mezzi di produzione e il risultato della prestazione (l’utile economico) è tutto del datore di lavoro, mentre il lavoratore cede la propria opera in cambio della sola retribuzione necessaria al sostentamento proprio e della propria famiglia, allora questo lavoratore è in uno stato di «dipendenza socio-economica». La proposta Alleva riscrive dunque l’articolo 2094 del codice civile, mettendo al centro del rapporto di lavoro questa «doppia alienità». Diventa così automatica l’estensione delle tutele e dei diritti degli attuali dipendenti a chi oggi è in collaborazione. Il tema della «eterodirezione» non sparisce, ma scende di rango, diventando una semplice modalità di esecuzione: il dipendente potrà essere «eterodiretto» o «autogestito» a seconda del grado di controllo esercitato dalla gerarchia di impresa, ma godrà in tutti i casi di un corpus unico di garanzie. Questa unificazione dei rapporti vale anche per i contratti cococò attivati dalle amministrazioni pubbliche. Infine si annullano gli attuali abusi sui cosiddetti «associati in partecipazione», anch’essi ricondotti al lavoro dipendente.
Il rapporto a termine
La seconda via di precarizzazione dei rapporti di lavoro è legata all’«apposizione del termine»: ovvero, hai un contratto da dipendente, con tutte le tutele e le garanzie (compresa la non licenziabilità senza giusta causa), ma sei «a scadenza». La proposta Alleva prevede: 1) che nel contratto sia giustificata l’effettiva temporaneità dell’esigenza produttiva, legata espressamente all’apposizione del termine; 2) l’attribuzione al datore di lavoro dell’onere della prova rispetto alla ricorrenza di queste causali. I sindacati hanno il diritto a essere informati e a trattare, in sede di contratto collettivo, la percentuale massima dei lavoratori a termine sul totale dei dipendenti. Le parti possono contrattare specifiche ipotesi di apponibilità del termine, purché si tratti sempre di esigenze oggettive e di attività temporanee. Condizione inedita: gli accordi devono essere stipulati unitariamente dai sindacati maggiormente rappresentativi. C’è poi il tema della ripetibilità, liberalizzata dal decreto 368 del 2001: ha dato la possibilità di rinnovare i contratti all’infinito, in contrasto persino con la disciplina Ue. Si ristabilisce il diritto di precedenza dei lavoratori a termine per le nuove assunzioni previste dall’impresa; inoltre, dovrà essere assunto a tempo indeterminato qualsiasi lavoratore contrattualizzato presso la stessa impresa per più di 18 mesi nell’arco di 5 anni. La normativa si applica anche al pubblico impiego, i cui lavoratori a termine dovranno comunque passare per un concorso.
Il lavoro separato dall’impresa
Attraverso tre mezzi - la somministrazione di manodopera, l’appalto di opere e servizi, il trasferimento di ramo di azienda - si è raggiunto l’obiettivo di separare il prestatore d’opera (il lavoratore) dal suo diretto utilizzatore (l’impresa), ponendo il lavoratore in uno stato di soggezione e abbassando spesso le sue garanzie. La proposta Alleva abolisce lo staff leasing (somministrazione a tempo indeterminato) e riporta il lavoro interinale alla sua ratio originaria, evitando l’abuso oggi più diffuso: l’impresa seleziona il lavoratore e poi lo manda all’agenzia interinale per farselo ri-inviare in missione e utilizzarlo all’infinito, liberandosene quando non serve più. Il rapporto interinale potrà essere attivato secondo le condizioni limitate del nuovo contratto a termine. Quanto agli appalti, si vieta quello di «mera manodopera», e si impone che lavoratori inseriti nel medesimo ciclo produttivo abbiano gli stessi trattamenti e le stesse tutele (piena parità tra i dipendenti del committente e dell’appaltatore, e responsabilità solidale di questi nei confronti del lavoratore). Cessione di ramo d’azienda: per scorporare e cedere un ramo dovrà tornare la «preesistente autonomia» abolita dalla legge 30; i lavoratori ceduti dovranno mantenere tutti i diritti e trattamenti acquisiti presso il vecchio datore di lavoro, se migliori rispetto a quelli del nuovo. Il cedente, in caso di cessazione dell’appalto, sarà obbligato a riassumere i lavoratori ceduti. Una nuova norma garantisce infine i lavoratori dei «gruppi di imprese» (diverse società sotto la stessa proprietà): si eviteranno i meccanismi elusivi favoriti fino a oggi dalla frammentazione societaria, considerando tutto il gruppo di imprese responsabile verso il lavoratore.
Il sommerso e la risarcibilità
Le ultime due parti della proposta Alleva affrontano i temi del lavoro nero e della risarcibilità dei danni subiti dal lavoratore. Il lavoro nero viene affrontato in un modo innovativo: viene classificato come «comportamento antisindacale» e dunque ricondotto all’articolo 28 dello Statuto dei lavoratori. Questo permette ai sindacati di costituirsi autonomamente come parte civile, senza attendere che il lavoratore abbia il coraggio di denunciare (cosa difficile perché è intimorito). Risarcibilità: viene estesa l’area del danno risarcibile, non impedendo la dimostrazione di danni patrimoniali ed extrapatrimoniali subiti dal lavoratore; si farà così uscire il diritto del lavoro da quella sorta di «minorità» in cui finora è stato mantenuto, collegandolo strutturalmente con il diritto privato. Vengono abrogati, infine, il lavoro ripartito (job sharing) e quello a chiamata (job on call), il contratto di inserimento, la certificazione dei rapporti
da Liberazione del 30 gennaio 2007
“Stop precarietà”, le ragioni di una lotta che ha molto da dire
Anche se la Finanziaria è morta e sepolta e il tormentone ”non sta troppo bene” la precarietà ancora morde la condizioni di milioni di giovani. La proposta Alleva
di Andrea Milluzzi e Fabio Sebastiani
“Non ci si può fermare al 4 novembre. C’è il rischio che la concertazione in cambio di qualche concessione si prenda tanto, ma proprio tanto, su flessibilità e orari di lavoro». Giorgio Cremaschi, segretario della Fiom ed esponente della Rete “28 aprile” non ha dubbi, la manifestazione nazionale contro la precarietà non rimarrà un singolo episodio. La Fiom ne sta discutendo. Anche perché a premere non è solo il nuovo tavolo sulla concertazione ma anche il ”Libro verde” della Commissione europea, in cui la precarietà viene generalizzata.
Sul sito internet di Stop precarietà ora!, fra l’altro non più aggiornato dal 4 novembre, si leggono ancora gli
obiettivi di quella piattaforma che riuscì a portare in piazza 200mila manifestanti: abrogazione delle leggi 30, Bossi-Fini e Moratti; una nuova legislazione che garantisca i diritti fondamentali del lavoro e di cittadinanza
per tutti e tutte, migranti compresi; la stabilizzazione dei precari nelle pubbliche ammistrazioni, la centralità del contratto a tempo indeterminato. A distanza di quasi tre mesi, ben poco di quanto chiesto è stato ottenuto e mai in forma piena. Di precarietà si continua a parlare (solo giovedì scorso il presidente della repubblica Giorgio Napoletano ha indicato nella precarietà la prima causa di incidenti sul lavoro) ma di fatti se ne vedono pochi. Così come il movimento Stopprecarietà ora! sembra aver perso
un po’ la voce dopo la manifestazione di Roma.
Sono i promotori stessi a dirlo, come Marco Bersani, coordinatore di Attac Italia: «Il grosso segnale del 4
non ha avuto la continuità necessaria. Ci sono lotte territoriali e di settore, come nei call center, ma quello che manca è una vera e propria campagna unitaria». Detto questo, il giudizio su quanto fatto vedere finora
dal governo non è dei migliori: «È molto chiaro che in questo paese c’è stato un enorme spostamento di redditi dal lavoro al capitale finanziario, ma un riequilibrio comporta un percorso, una svolta completa di direzione, che finora non si è vista. Quello che ha fatto il governo finora è largamente insufficente» conclude Bersani. L’urgenza del problema è chiara a tutti e in un momento in cui il governo si appresta ad aprire tavoli di concertazione con le parti sociali sul mercato del lavoro, l’attenzione sul tema dovrebbe salire: «Io credo che non si possano aspettare tempi migliori, è bene che le forze di governo si assumano le proprie responsabilità», osserva il presidente dell’Arci, Paolo Beni. E le proprie responsabilità
sono «scritte nero su bianco nel programma. Io credo che ancora oggi ci siano palesi irregolarità nell’uso dei contratti a termine e che la separazione fra contratti subordinati e parasubordinati sia troppo spesso
artificiosa». D’altra parte «la società deve fare la sua parte e il 4 novembre è servito a denunciare una situazione insostenibile. Adesso si tratta di confrontarsi con proposte concrete. Alcuni passi si sono visti, bisogna andare in quella direzione. Per esempio, secondo me sono molto interessanti e dovrebbero essero oggetto di dibattito, le proposte presentate dal Centro Alò» conclude Beni.
Il punto di partenza deve essere però, secondo Luigia Pasi della segreteria nazionale del neo-nato Sdl intercategoriale «la nuova legislazione sul lavoro». Ossia «abrogare la legge 30» e «mettere mano al pacchetto Treu, l’origine vera della precarietà. Le cose viste finora, con la Finanziaria per esempio, sono sì positive, ma non sono altro che piccoli e timidissimi passi. Adesso si parla dei tavoli di concertazione, che possono essere delle buone occasioni, ma pongono delle domande? Chi ci sarà a quei tavoli? Quali saranno i temi?». D’altro canto, anche Pasi fa un po’ di autocritica: «Quella del 4 novembre è stata una
grandissima e importante manifestazione per far sentire la voce di tutti coloro che non sopportano più la precarietà, che parte dal lavoro ma coinvolge tutta la vita dei lavoratori. Però non era lo scopo ultimo, ma un punto di partenza che poi non ha avuto molto seguito». Anche per Fabrizio Tommaselli, dell’Sdl, i «presupposti per continuare ci sono».
Per il portavoce dei Cobas, Piero Bernocchi «c’è una sordità da parte del governo, e del ministro Damiano in particolare». Bernocchi fa degli esempi: «Il caso Atesia, la legge 30 di cui non si parla più, la scuola, il pubblico impiego. Tutti settori dove si sono fatte grandi promesse, nessuna che si sia realizzata». E adesso il movimento è fermo: «Purtroppo, c’è stato un forte scontro politico in preparazione del 4 novembre e la fase successiva alla manifestazione non si è mai aperta. Ma noi siamo pronti a discutere e a vederci se ci
dovesse essere un fronte unitario che riprende le fila di quel discorso».
Intanto, domani si discuterà di precarietà con Giovanni Alleva e Cesare Damiano.
L’appuntamento è in Cgil alle 14 e 30, per un dibattito dal titolo ”Percorsi di rientro dalla precarietà”. Michele De Palma, che per il Prc ha seguito direttamente tutto il percorso di ”Stop Precarietà”, sottolinea che dopo l’iniziativa di novembre qualche risultato, «seppure parziale e simbolico», lo si è ottenuto. «Se non altro, è saltata quella cappa culturale che diceva ”precario è bello”».

LAVORI
PRECARI...LAVORATORI INCAZZATI
La
precarietà è una condizione generalizzata del
mercato del lavoro e si sta affermando come nuova regola.
Essa è il risultato di una trasformazione che a partire dagli
anni '80 ha modificato la struttura dell'organizzazione del lavoro,
determinando una generale instabilità nell'occupazione e nei
diritti di migliaia di lavoratori. In particolare, accanto al lavoro
dipendente a tempo indeterminato, si sono progressivamente diffuse prestazioni
d'opera e forme di lavoro atipiche; stiamo parlando della diffusione
di contratti di lavoro subordinato diversi da quello standard a tempo
indeterminato come i contratti a tempo determinato, stagionali, di formazione
lavoro, di apprendistato e, negli ultimi anni, anche i contratti di
lavoro temporaneo.
La condizione di precarietà coinvolge sempre più anche
i lavoratori a tempo indeterminato e si è affermata attraverso
un progressivo aumento dello sfruttamento e della diminuzione dei salari
e dei diritti (vedi l'attacco all'art.18 dello Statuto dei lavoratori).
Perfino la distinzione tra "garantiti" e "non garantiti"
tende ad essere superata.
ATTREZZI
PRECARI (documenti, analisi, proposte)