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BREVE DOSSIER SULLA REALTA' MIGRANTE A COMO
..CITTADINI DEL MONDO...

Diamo i numeri…ufficiali
Gli stranieri regolari in provincia di Como nel 2001 erano 14.567. Tra tutte le province lombarde, Como è quella che ha avuto il minor aumento di soggiornanti rispetto ai dati del 1991 (appena +54%, mentre per esempio nella provincia di Brescia il numero è aumentato di ben sei volte).
Ai primi quattro posti della classifica delle nazionalità più rappresentate sul territorio comasco troviamo gruppi provenienti da società di cultura islamica: il più numeroso è costituito da stranieri provenienti dal Marocco, seguiti dai turchi, dai tunisini e dagli albanesi.
A proposito del genere, i dati del 1999 disaggregati per sesso confermano un sostanziale equilibrio tra le quote percentuali maschile e femminile: l’aumento più sostenuto riguarda le donne provenienti dall’area Nordafricana e dell’Africa centrale. Altro incremento rilevante riguarda le donne provenienti dall’Asia, dai paesi latinoamericani e dell’Est europeo.
Sul versante della distribuzione sul territorio, la presenza di stranieri residenti maggiore si riscontra nella circoscrizione di Como (5425) con un incremento dal 1991 al 1999 del 45%, mentre in in tutte le altre circoscrizioni (Appiano, Cantù, Erba, Menaggio) la percentuale di aumento oscilla tra il 10% e il 20%.
Nella città di Como, gli stranieri residenti sono passati da una quota inferiore all’1% nel 1990 al 4% nel 2000, con una crescita costante nel decennio. Nel 2001 gli stranieri residenti in Como ammontavano a 3720, di cui 1933 maschi e 1787 femmine. Distinguendoli in base alla cittadinanza, rileviamo come gli afflussi più consistenti siano determinati dalle Flippine e a seguire: Turchia, Tunisia, Ghana, Sri Lanka, Albania, Marocco e Repubblica Popolare Cinese.
E’ da sottolineare che queste cifre sopra riportate non si riferiscono al rilevante fenomeno dei migranti irregolari, particolarmente accentuato sul nostro territorio in quanto realtà di frontiera e quindi di passaggio per i migranti che si dirigono verso i paesi del nord Europa dove, nella maggior parte dei casi, esistono comunità etniche di appartenenza già insediate.

La questione sociale
Una delle problematiche principali è sicuramente quella legata all’occupazione. Il quadro peggiorativo introdotto dalla Legge Bossi-Fini che assicura il permesso di soggiorno previo ottenimento di un contratto di lavoro, spinge una parte sempre più consistente di stranieri nella clandestinità e nel lavoro nero, con tutti i rischi e l’emarginazione che ciò comporta.
Ma anche quando il contratto viene ottenuto, questo è contrassegnato in genere da un’occupazione temporanea, come quella che viene offerta in misura sempre maggiore attraverso le cooperative e le agenzie di lavoro interinale.
L’instabilità cronica cui i lavoratori stranieri -ma non solo stranieri- sono soggetti, è causa di improvvise difficoltà economiche che mettono in crisi gli eventuali ricongiungimenti familiari, segnandone in molti casi i destini.
Il fenomeno della clandestinità notevolmente aumentato e una disponibilità così considerevole di manodopera “in nero” hanno avuto come conseguenza l’abbassamento della remunerazione oraria.
All’interno di questa realtà è sorto il fenomeno della identificazione di alcune fasce di migranti come “lazzaroni”. E’ infatti ormai noto che persone appartenenti a popolazioni con un più alto grado rivendicativo siano meno inclini ad accettare occupazioni sottopagate, seppur in regime di lavoro sommerso e non a caso quindi siano considerate a torto meno produttive se non addirittura “scansafatiche”.
Gli stipendi non sono in grado il più delle volte di rendere economicamente autosufficienti i migranti al sopraggiungere di eventi non programmati come le malattie; l’essere a contratto con agenzie o con cooperative di lavoro interinale non offre alcuna stabilità occupazionale e il margine risicato di stipendio che rimane a loro disposizione alla fine del mese, dopo aver pagato affitto, trasporti, alimenti e aver inviato la rimessa mensile alla famiglia d’origine, non lascia loro il minimo margine all’imprevisto.
Grandissimo problema è quello dell’abitazione. I dati conducono alla conclusione che paradossalmente, chi vive in condizioni di regolarità sul territorio, ha maggiori difficoltà a trovare un’abitazione rispetto a chi è privo di regolare permesso di soggiorno. Questo fenomeno deriva probabilmente dal fatto che le persone irregolari si affidano a reti di connazionali per trovare una sistemazione abitativa, spesso un semplice posto letto in appartamenti condivisi o più spesso ancora in edifici dimessi. La costante negativa è comunque la reticenza diffusa ad affittare appartamenti a persone straniere e quindi l’adattamento dei migranti a realtà abitative molto disagiate.
Altro aspetto è l’aumento attuale delle detenzioni di stranieri nelle carceri. Questo è un chiaro indicatore di una tendenza che vuole rinchiudere le problematicità sociali nell’istituzione carceraria, senza previsioni di reinserimento. Infatti per gli stranieri, l’accesso ai benefici di legge esterni o la possibilità di pene alternative sono generalmente precluse, poiché tali soggetti non dispongono di riferimenti significativi sul territorio e per tale motivo le loro esistenze si consumano inesorabilmente in carcere, senza valide prospettive di aiuto e di sostegno.
Per molti migranti le mense sono l’unico luogo di aggregazione diurna e spesso vengono frequentate perché permettono una vita di relazione minima all’interno di un panorama sociale di marginalità e di solitudine. In città infatti, non esistono luoghi d’aggregazione per le persone che non hanno un contesto familiare di riferimento, sempre che non si vogliano considerare tali i bar(?!).

In conclusione, gli stranieri esprimono soprattutto bisogni di carattere materiale, tra cui notevole importanza ha la regolarizzazione della propria posizione nei confronti dello Stato italiano. Qui, rimangono invariate le difficoltà di coloro che hanno rapporti con la Questura, sia come stranieri che come operatori: alle lungaggini burocratiche che assomigliano molto a labirinti senza via d’uscita, si sommano le eterne code davanti agli sportelli, i continui rinvii per l’acquisizione di risposte e documentazione, la carenza di una chiara e capillare informazione disponibile per le varie nazionalità.
La realtà comasca offre dunque ai migranti un contesto sociale che, al di là delle poche isole di solidarietà, quando non li rifiuta, li ignora.
Breve conclusione
Da questi dati emerge che i migranti, insieme alle giovani generazioni di precari, sono soggetti potenziali del conflitto sociale e su di loro diventa irrinunciabile un investimento politico.
Il compito di riaggregare un blocco sociale rivoluzionario che abbiamo assunto come centrale quando abbiamo ravvisato la necessità della formazione di un "nuovo movimento operaio", ci porta ad assumere come nostre le rivendicazioni delle avanguardie organizzate di lavoratori migranti.

Fonti:
Caritas Como, Cite di Como, Cgil di Como, Comune di Como, Gio.Co. Lombardia