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NO AL REVISIONISMO DI DESTRA E DI SINISTRA
Da anni stiamo assistendo ad un'opera di riscrittura della storia della Resistenza e in particolare delle vicende relative al confine orientale, tanto che non più semplicemente di revisionismo storico si tratta, ma di un vero e proprio ribaltamento della verità storica, che fa diventare aggrediti gli aggressori e vittime i carnefici.
Questa operazione di riscrittura della storia, iniziata in modo sistematico una quindicina di anni fa e di cui si possono chiaramente individuare i protagonisti in personaggi provenienti dal neofascismo come Marco Pirina, ha visto in questi ultimi anni la sostanziale complicità di una parte della sinistra, iniziata con lo “sdoganamento” dei “ragazzi di Salò”, avvenuto presso l’ateneo Trieste alcuni anni fa, nel corso dell'incontro fra Violante e Fini.

Con la recente presentazione di un progetto di legge che riconosce i repubblichini come combattenti per l'Italia, si prepara anche ufficialmente il coronamento di questa operazione, che ha come scopo sostanziale quello di riconoscere i repubblichini come i difensori del confine orientale italiano contro l'esercito di liberazione jugoslavo, decretando così ufficialmente il ribaltamento della storia italiana della Seconda Guerra mondiale e il passaggio dei partigiani alla condizione di "banditi", come erano stati considerati da fascisti e nazisti.

In quest'ottica le posizioni assunte dalle varie forze del centro-sinistra di sostanziale accettazione delle versioni della destra sulla questione delle "foibe", completamente slegate da ogni riflessione ragionata sul contesto in cui furono inseriti quegli avvenimenti, risultano assolutamente miopi e palesano un cedimento ingiustificabile alle posizioni degli avversari. Va sottolineato che l’operazione revisionista consiste precisamente nella cancellazione del contesto storico in cui s’inserirono avvenimenti indiscutibilmente drammatici. Il problema non è affatto invocare una complessità storica per giustificare alcunché, bensì chiarire che fatti slegati dal complesso delle situazioni in cui si produssero risultano totalmente incomprensibili.
Ragionare sul contesto significa, per esempio, riflettere sull’accanimento con il quale il fascismo condusse la propria “guerra contro lo slavismo”, con l’obiettivo specifico di snazionalizzare le centinaia di migliaia di sloveni e croati costretti dai trattati sottoscritti dopo la Prima Guerra mondiale a vivere all’interno dei confini dello Stato italiano. L’obiettivo di tale opera di snazionalizzazione fu chiaro: la “bonifica etnica” della Venezia Giulia; essa venne perseguita con spietata durezza, e sul piano culturale e su quello economico.
D’altra parte la “questione delle foibe”, e del confine orientale in genere, sta diventando una sorta di cartina al tornasole che rivela l'avvenuta condivisione fra destra e sinistra di un pensiero unico contro il diritto di ribellione, anche violenta, all'oppressore, contro il diritto stesso di Resistenza dei popoli (sancito e riconosciuto perfino dall'ONU!) e contro la possibilità che esso venga legittimamente praticato anche con le armi.

Il Partito della Rifondazione Comunista non può confondersi con i sostenitori di questo pensiero unico: difendere la memoria storica della Resistenza di tutti i popoli che hanno resistito al nazifascismo, fra cui e soprattutto i popoli della Jugoslavia, non solo è un'operazione storica per i comunisti oggi in Italia, ma è anche un importante momento del nostro impegno attuale; si tratta infatti di difendere il diritto alla lotta per la giustizia, l'uguaglianza, la libertà contro l'imperialismo oggi, nella consapevolezza che la Resistenza armata non ha niente a che vedere con le operazioni di un indiscriminato terrorismo individuale che semina morte anche tra i civili innocenti, ma rappresenta una delle opzioni in campo se diventa lotta di popolo condivisa e generale contro le invasioni straniere.